Analisi critica del crollo della Jugoslavia
(Parte 1)
Secondo l'opinione comune, il disgregamento della Jugoslavia è stato una conseguenza delle tensioni etniche radicate nella complessa storia della regione, tensioni che alla fine sono diventate incontrollabili. Ma la crisi dei Balcani, scoppiata negli anni Novanta (del secolo scorso ovviamente), non è stata semplicemente questo. Un ruolo cruciale lo hanno avuto gli indirizzi politici e macroeconomici dell'Occidente, soprattutto quelli guidati dagli USA. Queste politiche, intraprese sulla base di un vasto progetto strategico, hanno portato direttamente alla distruzione della Jugoslavia ed alla conseguente ondata del conflitto etnico.
LA POLITICA MACROECONOMICA ED IL CROLLO DELLA REPUBBLICA FEDERALE
Secondo il commento di Michael Barrat Brown "quella creata da Tito era una Jugoslavia nella quale la gente viveva insieme con relativo agio e libertà. Dato questo presupposto, per quale ragione, dopo cinquant'anni, tutto si è disintegrato?" (M. Barrat Brown, Models in political economy, Londra, ed. Penguin 1995). Infatti come osserva Radhika Lal della New School for Social Research "gli osservatori fanno notare che un tempo, all'interno della regione, la Jugoslavia multietnica era un successo economico". Nel periodo successivo alla Seconda Guerra Mondiale, prima del 1980, la Repubblica Federale Socialista di Jugoslavia aveva raggiunto importanti risultati economici e sociali, tra cui:
- la crescita del PIL ad una media del 6,1% annuo nel periodo 1960-1980;
- assistenza medica gratuita con la presenza di un medico ogni 550 abitanti;
- un tasso di alfabetizzazione nell'ordine del 91%;
- aspettativa di vita pari a 72 anni (World Development Report 1991 - Banca Mondiale).
Inoltre un elemento centrale nella Costituzione federale era la necessaria redistribuzione del reddito dal Nord ricco al Sud povero (M. Barrat Brown, Models in political economy, Londra, ed. Penguin 1995).
In questa maniera è possibile spiegare l'improvvisa ed inesorabile ondata di tensioni etniche. La questione è stata ben formulata da Barrat Brown: "la rinascita del nazionalismo della Grande Serbia deve aver avuto una causa" da poter relazionare "al collasso dell'economia jugoslava".
E' storia che il conflitto etnico sia stato preceduto, sin dall'inizio degli anni Ottanta, da una crisi economica che, accelerata dalle politiche macroeconomiche seguite in Occidente, ha oppresso la Jugoslavia. Nell'aprile del 1980, l'antropologo americano George Vid Tomashevich aveva profeticamente annunciato le fatali conseguenze di un'interferenza straniera di questo genere:
Dividere la federazione jugoslava, dichiaratamente imperfetta, ma vitale, sarebbe stato virtualmente impossibile senza una drastica e brutale operazione chirurgica politica ed economica che, nella migliore delle ipotesi, non avrebbe soddisfatto pienamente nessuna delle parti. Tutte le plausibili ipotesi di divorzio tra la Serbia e la Croazia non solo avrebbero necessariamente implicato una dolorosa separazione della Bosnia e dell'Erzegovina, ma avrebbero anche sollevato la questione esplosiva dell'identità etnica dei musulmani jugoslavi, provocando drammatici scambi di popolazione con centinaia di migliaia di serbi e di croati sradicati dai territori in discussione. (G. V. Tomashevich, lettera al New York Times, 1° aprile 1980)
Non sorprende, quindi, che una drastica e brutale operazione chirurgica politica ed economica sia stata effettivamente responsabile della disintegrazione della Jugoslavia. Tutto è cominciato con due direttive per la sicurezza nazionale (National Security Decision Directives, NSDD) emanate dall'amministrazione Reagan. Con la prima, emessa nel 1982 (NSDD 54), e successivamente aggiornata nel 1984 (NSDD 133), intitolata Politica degli Stati Uniti nei confronti della Jugoslavia, si affermava che "il principale obiettivo a lungo termine deli USA in Europa orientale" era [censurato] facilitare infine il suo rientro nella CE e quindi nell'orbita del mercato capitalista. La NSDD chiariva il modo in cui ottenere questi risultati, tra i quali una politica che si sforzasse di promuovere una "rivoluzione morbida" al fine di rovesciare governi e partiti comunisti (S. Gervasi, Germany, US and the Yugoslav Crisis, in Covert Action Quarterly, n. 43, inverno 1992-1993).
Nel 1992, ad esempio, l'allora ambasciatore degli Stati Uniti in Jugoslavia, Walter Zimmerman, constatava: "Miriamo ad una dissoluzione della Jugoslavia in Stati indipendenti" e, aggiunse l'aggettivo "pacifica", anche se, con il senno di poi, è evidente che la parola era ridondante (Intervista all'ambasciatore USA WalterZimmerman del quotidiano croato Danas, 12 gennaio 1992). Analogamente, l' "Intelligence Digest" faceva notare che "il progetto originale di Stati Uniti e Germania per la Jugoslavia [comprendeva] una Bosnia a predominanza croato-musulmana, alleata di una Croazia indipendente, insieme ad una Serbia assai più debole (Bonn's Balkans to Teheran policy, in Intelligence Digest, 25 agosto 1995).
Secondo Sean Gervasi la prima fase della riforma macroeconomica iniziata dagli Stati Uniti in Jugoslavia nel 1980, poco prima della morte del maresciallo Tito, seminò distruzione politica ed economica [...] La crescita più lenta, l'accumulo di debito estero e soprattutto l'aumento del costo dei relativi interessi, oltre alla svalutazione della moneta, condussero ad un tracollo del livello della vita dello jugoslavo medio [...] La crisi economica minacciava la stabilità politica [...] e minacciava anche di aggravare le tensioni etniche in fermento.
(S. Gervasi, Germany, US and the Yugoslav Crisis, in Covert Action Quarterly, n. 43, inverno 1992-1993).